Made in Italy oltre la nostalgia
Questa mattina, nella sua newsletter, Andrea Batilla ha scritto un testo lucido e doloroso su Made in Italy, artigianato e impresa a partire dalla notizia della scomparsa di Valentino Garavani. Ne trovate uno stralcio nell’immagine che ho scelto per accompagnare questo articolo. È una newsletter che consiglio a chiunque si occupi di lavoro, non solo di moda, perché il suo sguardo riesce sempre ad andare oltre il perimetro del settore.

Andrea Batilla è un designer e consulente strategico per la moda e il lusso, da più di trent’anni dentro le aziende e i processi del Made in Italy, oggi anche scrittore e divulgatore. Ha diretto la scuola di moda dello IED di Milano e ha firmato libri e progetti che tengono insieme storia della moda, mercato contemporaneo e cultura visiva. Sul suo profilo Instagram @andreabatilla fa divulgazione su moda e costume con uno sguardo profondamente culturale e politico prima ancora che estetico ed è uno dei pochi che consiglio di seguire.
Nella newsletter di oggi Andrea spiega perché il Made in Italy è morto e lo fa senza rifugiarsi nei soliti alibi. Niente “è colpa dei cinesi”, niente “i giovani non hanno voglia di lavorare”. Ci riporta al nocciolo della questione e dice con grande chiarezza che è l’imprenditoria italiana ad essersi seduta, ad avere rinunciato al proprio ruolo e forse anche al proprio sogno in favore della comodità.
Made in Italy, artigianato e impresa
Da novembre sto studiando questo tema perché voglio capire davvero che cosa sia successo al Made in Italy e in questi mesi ho messo insieme un filo abbastanza chiaro che mostra quanto sia sempre più evidente che l’Italia abbia progressivamente rinunciato alla storicità dell’imprenditoria per sposare l’idea di un’artigianalità etica. L’azienda è diventata sinonimo di fregatura, l’artigiano è stato messo sull’altare con l’aureola, come se il semplice fatto di essere piccoli e “autentici” garantisse automaticamente qualità, giustizia e sostenibilità. È una narrazione comoda, che rassicura, ma non regge la prova dei numeri.
Andando a fondo infatti si scopre che purtroppo l’artigiano medio rinuncia ai bandi perché sono troppo complessi, ignora gli strumenti di finanza agevolata, considera il marketing un di più e pensa che basti usare materie prime eccellenti per vendere. Il risultato è che il prezzo finale del prodotto diventa spesso improponibile, l’artigiano fa fatica ad arrivare a fine mese e se la prende con i tessuti sintetici e il fast fashion. Sono convinta che in realtà l’imprenditoria, quando fa il suo mestiere, sia in grado di creare lavoro, genrare valore per il collettivo, attivare welfare aziendale e investire in ricerca. Evidentemente si tratta di cose che da soli, nella micro scala, non si riescono a fare. Difendere il valore del lavoro non significa rifiutare la dimensione imprenditoriale. Significa costruirla meglio.
Etica, prezzo e valore al Brand Camp
Continuerò questa ricerca perché voglio portare i risultati al Brand Camp durante il quale rifletteremo proprio sul rapporto tra vendita, asset valoriali e scelte imprenditoriali, un tema che riguarda tanto le aziende strutturate quanto i piccoli studi e i laboratori artigiani che oggi si trovano schiacciati tra costi crescenti, competizione globale e narrazioni consolatorie.
Nel frattempo mi interessa dire una cosa a voce alta, anche grazie alla qualità del lavoro di Andrea Batilla. Etica NON è sinonimo di guadagno basso. Vendita NON è sinonimo di fregatura. Possiamo costruire modelli che tengano insieme rispetto per le persone, qualità del prodotto e sostenibilità economica solo che per farlo bisogna tornare a pensare in termini di impresa e di collettivo.
P capire come lavoro sui progetti di branding e posizionamento puoi leggere questo mio articolo su un case history nato da un nastro elastico.
La newsletter a cui mi riferisco è quella di oggi e si apre con una presa di posizione netta sulla fine del Made in Italy come lo abbiamo raccontato finora. Se vi occupate di impresa, di moda o semplicemente di lavoro, vi suggerisco di iscrivervi e di leggerla con attenzione. È un ottimo punto di partenza per ripensare il modo in cui parliamo di Made in Italy, artigianato e impresa.