Bad Bunny in Zara al Super Bowl. Una lezione di posizionamento, non di moda.

Bad Bunny con completo Zara color crema durante lo show del Super Bowl

Bad Bunny in Zara al Super Bowl non ĆØ solo cronaca pop

Bisogna ammetterlo, in questo periodo la cronaca ci sta regalando molti spunti interessanti.
Uno di questi ĆØ il total look Zara di Bad Bunny al Super Bowl, che a prima vista sembra una notizia di costume e invece ĆØ un caso molto utile per parlare di posizionamento.

Domenica notte Bad Bunny è salito sul palco del Super Bowl con un completo color crema firmato Zara, disegnato e realizzato ad hoc dal team creativo del marchio insieme ai suoi stylist abituali, Storm Pablo e Marvin Douglas Linares. Non parliamo di un capo preso dallo scaffale, ma di un look su misura pensato per uno degli eventi più visti al mondo.

Per molti la notizia finisce qui, fa effetto vedere il fast fashion in uno spazio in cui di solito sfilano le maison del lusso e l’episodio resta nella categoria ā€œcuriositĆ ā€. Per chi si occupa di brand e strategie questa scelta apre invece una serie di domande sul modo in cui oggi si costruisce valore.

Dal fast fashion al posizionamento. Che cosa sta facendo davvero Inditex

Il gruppo Inditex non ha semplicemente ā€œprestatoā€ un abito a Bad Bunny.
Da anni lavora sulla percezione di Zara, investendo su design, immagini, campagne e collaborazioni con professionisti di altissimo livello. Il passaggio da semplice marchio di fast fashion a protagonista di un palcoscenico come il Super Bowl non ĆØ un colpo di fortuna, ĆØ il punto di arrivo provvisorio di un percorso di riposizionamento estetico e culturale.

Il completo bianco indossato da Bad Bunny racconta proprio questo.
Camicia con colletto, cravatta, maglia sportiva, pantaloni chino, guanti e sneakers coordinate compongono un look formalmente semplice eppure studiato in ogni dettaglio, capace di parlare a un pubblico globale senza rinunciare all’identitĆ  dell’artista. In alcune varianti del costume compaiono anche richiami personali, come il nome Ocasio e il numero 64 tono su tono, che omaggiano la storia familiare del cantante.

Zara qui non sta vendendo solo un capo.
Sta mostrando di sapersi spostare dai soli prodotti dello shop a servizi e collaborazioni creative su misura, in dialogo diretto con l’immaginario di un artista che ha un peso enorme nella cultura pop contemporanea.

Lusso, artigianalitĆ  e status symbol. Miti da rivedere

La presenza di un look Zara sul palco del Super Bowl mette in discussione alcune abitudini con cui abbiamo letto il mercato per anni.
Siamo stati educati all’idea che il lusso garantisca automaticamente margine e autorevolezza, che basti dirsi artigianali per essere associati alla qualitĆ , che uno status symbol sia sufficiente a tenere insieme prezzo, desiderio e continuitĆ  nel tempo.

Questo episodio suggerisce che non è più così lineare.
Il gesto di Bad Bunny dice che un artista con un potere culturale enorme non ha bisogno di un logo di lusso per essere credibile e desiderabile e che la scelta di un brand accessibile può essere altrettanto forte sul piano simbolico, se quel brand ha saputo costruire una lingua visiva e un posizionamento coerente nel tempo. Diverse analisi internazionali hanno giĆ  letto il look Zara come un segnale di spostamento dei rapporti di forza nella moda, dal potere esclusivo delle maison a una forma di autorevolezza più legata alla cultura che all’etichetta.

Insomma, gli status symbol da soli non bastano più.
Non basta dire lusso per dire valore.
Non basta dire artigianale per dire qualitĆ .
Non basta alzare i prezzi se nel frattempo non si alzano anche la qualitĆ  progettuale, l’organizzazione e il modo in cui si coltivano le relazioni con le persone.

Servizi, non solo prodotti. Perché il look è su misura

C’è poi un altro elemento da non sottovalutare.
Il completo di Bad Bunny non ĆØ un prodotto standard, ĆØ un lavoro su misura. Questo dettaglio apre un pezzo di discorso che riguarda direttamente molte imprese piccole e medie e tanti professionisti.

Negli ultimi anni Zara ha affiancato al core business del fast fashion un lavoro crescente su capsule curate, collaborazioni speciali, progetti con creativi esterni. Il fatto di potersi presentare al Super Bowl con due look custom, disegnati per l’occasione e costruiti insieme al team dell’artista, mostra una capacitĆ  di diversificazione che va oltre la collezione stagionale e tocca il terreno dei servizi.

Per un’azienda questo significa non fermarsi al catalogo ma chiedersi che cosa può diventare davvero per i propri clienti. Un fornitore di prodotti o un partner in grado di mettere a disposizione idee, progetti, soluzioni personalizzate. Per un libero professionista la domanda ĆØ simile. Siamo solo ā€œquelli che fanno Xā€ oppure siamo in grado di costruire accompagnamenti, percorsi, collaborazioni che raccontano una qualitĆ  diversa del nostro lavoro.

Cosa insegna il caso Bad Bunny, Zara a chi fa impresa e comunicazione

Se togliamo la patina del gossip e guardiamo questo episodio come un caso studio, la lezione per chi fa impresa e comunicazione ĆØ piuttosto chiara.

Non possiamo più permetterci di sederci sugli allori di un’etichetta rassicurante, qualunque essa sia. Lusso, artigianale, Made in Italy, storico marchio di famiglia sono definizioni che possono aprire porte, ma non garantiscono da sole continuitĆ  di mercato. Il pubblico ĆØ più informato, più abituato a confrontare, più sensibile alle incoerenze tra dichiarazioni e scelte concrete.

Il mercato non segue più i brand per inerzia.
Non basta alzare i prezzi se non si alza anche la qualitĆ  progettuale, estetica e relazionale. La qualitĆ  progettuale riguarda come pensiamo prodotti e servizi, quali standard ci diamo, come curiamo i dettagli e cosa siamo disposti a migliorare strada facendo. La qualitĆ  relazionale riguarda come ci prendiamo cura del nostro parco clienti, quanto siamo presenti, trasparenti, affidabili nel tempo.

Il parco clienti ĆØ un patrimonio.
Rimane vivo solo se continuiamo a meritarlo, goccia a goccia, attraverso decisioni coerenti, investimenti nel medio periodo, capacitĆ  di leggere i cambiamenti senza restare aggrappati a ruoli che funzionavano dieci anni fa.

Il caso Bad Bunny in Zara al Super Bowl ci ricorda proprio questo.
Non serve essere una maison di lusso per salire sul palco più visto del mondo, serve arrivarci dopo anni di lavoro serio sul posizionamento. Non serve uno status symbol per essere credibili, serve una combinazione di cultura, linguaggio e coerenza. È una notizia di moda solo in superficie, in profondità parla di come si costruisce oggi il valore di un brand e del modo in cui scegliamo di lavorare sulla vendita, sui linguaggi e sul metodo ogni giorno.

Per approfondire, Articolo RIvista Studio a questo link.

Made in Italy, artigianato e impresa. Etica non ĆØ lavorare in perdita

Workshop su Made in Italy, artigianato e impresa durante il Brand Camp, relatrice che parla a una platea davanti a una slide con la frase ā€œInnamoratevi del vostro targetā€.

Made in Italy oltre la nostalgia

Questa mattina, nella sua newsletter, Andrea Batilla ha scritto un testo lucido e doloroso su Made in Italy, artigianato e impresa a partire dalla notizia della scomparsa di Valentino Garavani. Ne trovate uno stralcio nell’immagine che ho scelto per accompagnare questo articolo. ƈ una newsletter che consiglio a chiunque si occupi di lavoro, non solo di moda, perchĆ© il suo sguardo riesce sempre ad andare oltre il perimetro del settore.

Andrea Batilla ĆØ un designer e consulente strategico per la moda e il lusso, da più di trent’anni dentro le aziende e i processi del Made in Italy, oggi anche scrittore e divulgatore. Ha diretto la scuola di moda dello IED di Milano e ha firmato libri e progetti che tengono insieme storia della moda, mercato contemporaneo e cultura visiva. Sul suo profilo Instagram @andreabatilla fa divulgazione su moda e costume con uno sguardo profondamente culturale e politico prima ancora che estetico ed ĆØ uno dei pochi che consiglio di seguire.

Nella newsletter di oggi Andrea spiega perchĆ© il Made in Italy ĆØ morto e lo fa senza rifugiarsi nei soliti alibi. Niente ā€œĆØ colpa dei cinesiā€, niente ā€œi giovani non hanno voglia di lavorareā€. Ci riporta al nocciolo della questione e dice con grande chiarezza che ĆØ l’imprenditoria italiana ad essersi seduta, ad avere rinunciato al proprio ruolo e forse anche al proprio sogno in favore della comoditĆ .

Made in Italy, artigianato e impresa

Da novembre sto studiando questo tema perchĆ© voglio capire davvero che cosa sia successo al Made in Italy e in questi mesi ho messo insieme un filo abbastanza chiaro che mostra quanto sia sempre più evidente che l’Italia abbia progressivamente rinunciato alla storicitĆ  dell’imprenditoria per sposare l’idea di un’artigianalitĆ  etica. L’azienda ĆØ diventata sinonimo di fregatura, l’artigiano ĆØ stato messo sull’altare con l’aureola, come se il semplice fatto di essere piccoli e ā€œautenticiā€ garantisse automaticamente qualitĆ , giustizia e sostenibilitĆ . ƈ una narrazione comoda, che rassicura, ma non regge la prova dei numeri.

Andando a fondo infatti si scopre che purtroppo l’artigiano medio rinuncia ai bandi perchĆ© sono troppo complessi, ignora gli strumenti di finanza agevolata, considera il marketing un di più e pensa che basti usare materie prime eccellenti per vendere. Il risultato ĆØ che il prezzo finale del prodotto diventa spesso improponibile, l’artigiano fa fatica ad arrivare a fine mese e se la prende con i tessuti sintetici e il fast fashion. Sono convinta che in realtĆ  l’imprenditoria, quando fa il suo mestiere, sia in grado di creare lavoro, genrare valore per il collettivo, attivare welfare aziendale e investire in ricerca. Evidentemente si tratta di cose che da soli, nella micro scala, non si riescono a fare. Difendere il valore del lavoro non significa rifiutare la dimensione imprenditoriale. Significa costruirla meglio.

Etica, prezzo e valore al Brand Camp

Continuerò questa ricerca perché voglio portare i risultati al Brand Camp durante il quale rifletteremo proprio sul rapporto tra vendita, asset valoriali e scelte imprenditoriali, un tema che riguarda tanto le aziende strutturate quanto i piccoli studi e i laboratori artigiani che oggi si trovano schiacciati tra costi crescenti, competizione globale e narrazioni consolatorie.

Nel frattempo mi interessa dire una cosa a voce alta, anche grazie alla qualitĆ  del lavoro di Andrea Batilla. Etica NON ĆØ sinonimo di guadagno basso. Vendita NON ĆØ sinonimo di fregatura. Possiamo costruire modelli che tengano insieme rispetto per le persone, qualitĆ  del prodotto e sostenibilitĆ  economica solo che per farlo bisogna tornare a pensare in termini di impresa e di collettivo.

P capire come lavoro sui progetti di branding e posizionamento puoi leggere questo mio articolo su un case history nato da un nastro elastico.

La newsletter a cui mi riferisco è quella di oggi e si apre con una presa di posizione netta sulla fine del Made in Italy come lo abbiamo raccontato finora. Se vi occupate di impresa, di moda o semplicemente di lavoro, vi suggerisco di iscrivervi e di leggerla con attenzione. È un ottimo punto di partenza per ripensare il modo in cui parliamo di Made in Italy, artigianato e impresa.

Come un nastro elastico ĆØ diventato un case history di branding e posizionamento

Paola Toini osserva un nastro elastico durante una fase di analisi creativa e progettuale

CuriositĆ  e metodo: la base del mio approccio

Lavorare a un progetto di comunicazione significa, prima di tutto, essere curiosi.
Non è una frase fatta: è una pratica quotidiana. È quella che mi permette di entrare davvero nei progetti, di comprenderli in profondità, di raccontarli nel modo giusto.

Mi ĆØ successo anche di recente, durante una collaborazione con Nastrotex Cufra, azienda che produce nastri elastici. Un prodotto tecnico, nascosto, spesso considerato marginale. Ma ĆØ proprio lƬ, in quei dettagli che sembrano ā€œpoco raccontabiliā€, che inizio a divertirmi sul serio.

Quando il dettaglio tecnico diventa racconto strategico

Durante uno shooting, Sam mi ha colta mentre osservavo con attenzione la trama del nastro. Lo allargavo, lo guardavo da vicino, lo immaginavo come un pizzo. Quel gesto racconta esattamente come lavoro: entrare nei materiali, nei processi, nei tecnicismi. Perché è lì che trovo le storie vere, quelle che posizionano un brand senza bisogno di effetti speciali.

Non cerco l’idea ā€œbellaā€. Cerco quella giusta.
E per trovarla, devo sapere tutto. Come viene prodotto un materiale, quali sono le sue varianti, che tipo di ricerca c’è dietro. Amo il reparto produzione delle aziende, lo ammetto. Mi affascina vedere come funzionano le macchine, come si scelgono le materie prime, come ogni dettaglio si traduce in un risultato tangibile.

Il nastro elastico, da elemento tecnico e invisibile, si ĆØ trasformato in un simbolo. Di innovazione, di possibilitĆ , di cura. Ed ĆØ diventato il fulcro di una narrazione autentica, che racconta non solo il prodotto ma anche la visione dell’azienda.

Il valore di non avere una nicchia

Questa ĆØ una delle cose che preferisco del mio lavoro: posso lavorare su progetti completamente diversi tra loro.
Moda, tessile, tech, food, design. Non ho una nicchia, e questa libertà è ciò che mi definisce. La mia curiosità mi consente di adattarmi, di approfondire, di costruire strategie e identità coerenti, a prescindere dal settore.

E proprio per questo, anche un nastro elastico può diventare una case history.

Cosa può insegnarci un nastro elastico sul posizionamento di un brand?

Molto più di quanto immaginiamo. Dietro ogni materiale tecnico si nasconde una scelta, un’intenzione, una visione strategica.

Cosa insegna questo progetto

Quando conosci davvero un prodotto, riesci anche a raccontarlo. Quando entri nei dettagli, puoi costruire narrazioni solide. Quando sei curiosa, non ti annoi mai. E trasformi anche il progetto più tecnico in qualcosa di profondamente creativo.

Grazie a Nastrotex Cufra per la fiducia e la collaborazione.
E grazie a me stessa per non smettere mai di farmi domande.

Se hai bisogno di più informazioni e vuoi capire come lavoro puoi leggere qui oppure inviare una mail a paola@paolatoini.it

Trama del nastro elastico Nastrotex vista da vicino in ottica design e produzione
Seguimi su LinkedIn

Digital Marketing: ha ancora senso partire dal sito web?

Paola Toini strategie

Una strategia efficace parte dal brand

Se c’ĆØ una cosa che non capisco e che sento lontana da una gestione strategica della comunicazione ĆØ la ricerca spasmodica di regolette e formule.

Quanti post devo postare?
Quante newsletter devo newsletterare?
Quanti articoli devo articolare?

La promozione di un brand ha regole importanti da seguire, come fosse una ricetta, ma ĆØ assurdo andare alla ricerca di una quantitĆ  specifica che ci aiuti a raggiungere il successo. Lo stesso accade quando mi sento dire da un cliente che ha scelto di partire dal sito perchĆ© lo sanno tutti che ĆØ da lƬ che bisogna partire perchĆ© il sito ĆØ la nostra casa online e poi c’ĆØ la SEO e bla bla bla.

ƈ ancora cosƬ?

Quanto sarebbe più facile di si. Ma non è vero. Nel 2022 non esistono certezze valide per tutti i brand, la strategia la fa il target e le sue abitudini, la sua personalità e le sue domande. Nel 2022 pensare che tutto si svolga online è una balla bella e buona, ignorare che le persone hanno voglia di incontrarsi è un errore madornale.

Marketing oggi

Il sito web è ancora la nostra casa online, la newsletter ha ancora un valore elevato perché ci consente di mantenere la connessione e i social continuano a portare il nostro quotidiano nella vita del nostro pubblico. Il punto è che cercare di venderti la pappa pronta è più facile e rassicurante ma è un modo di procedere che ignora la visione globale di come si muove oggi il marketing.

La strategia del brand A può avere punti in comune con la strategia del brand B, anche se A e B sono competitor. Ma nella pratica avremo forme, colori, parole e scelte uniche. Nell’arco di un tempo sostenibile A e B avranno sito, social e newsletter, ma potrebbero partire da un punto diverso, perchĆ© le loro personalitĆ  di brand sono diverse e anche quelle dei loro target.

Se hai bisogno di più informazioni e vuoi capire come lavoro puoi leggere qui oppure inviare una mail a paola@paolatoini.it

Paola Toini consulenze
Seguimi su Instagram

Il Black Friday farĆ  crescere le tue vendite?

ragazza con libri sul Black Friday in mano

Il Black Friday può risolvere un momento di vendite basse?

Nel 2020 abbiamo capito che vendere online è di primaria importanza e i dati ci stanno già dicendo che le abitudini di acquisto sono cambiate, per sempre. Viene da sé che ogni occasione per aumentare le vendite va presa al volo: tipo il Black Friday. O la Black week, o il black weekend, fate voi.

Black Friday, si o no?

Sfruttare il Black Friday per le vendite online ĆØ utile sopratutto per chi ha un magazzino da smaltire, per chi ha diversi pezzi di ogni prodotto. Il motivo ĆØ molto semplice, durante questa settimana, le antenne dei consumatori sono dritte e pronte a ricevere ogni promozione e ogni super offerta che interessa. La leva su cui lavorano le promozioni da Black Friday ĆØ il principio di scarsitĆ  che indica che le opportunitĆ  ci appaiono più desiderabili quando la loro disponibilitĆ  ĆØ limitata. Ecco perchĆ©, ad esempio, ĆØ preferibile scegliere una tempistica veloce, rapida, che aumenti questo la sensazione di “perdersi qualcosa”.
Quando si tratta di marketing ĆØ importante tenere il focus sull’obiettivo, vediamo insieme tre modi per cavalcare l’onda del Black Friday.

5 consigli per il tuo Black Friday

  1. Campagne social
    Lavorando in anticipo di una settimana puoi aspettarti di aumentare le visite al tuo shop online e quindi dirigere traffico alle tue offerte speciali
  2. Codice sconto parte 1
    Utilizza i tuoi social per lasciare un codice sconto a chi ti segue. Il codice sarƠ valido solo dal venerdƬ alla domenica a mezzanotte aumentando cosƬ, non solo il senso di scarsitƠ, ma anche quello di esclusivitƠ!
  3. Codice sconto parte 2
    Invita le persone ad iscriversi alla tua newsletter e lascia in cambio un codice sconto che sarà valido solo venerdì su tutto il tuo e-commerce. In questo caso otterrai un duplice risultato: passaggi in più sul tuo sito e nuovi iscritti alla newsletter.
  4. Sii coerente
    Evita i preamboli tipo “Il nostro brand schifa il Black Friday” oppure “Sono contrario al Black Friday” se poi hai intenzione di creare delle promo, spese di spedizione gratuite o comunque una serie di offerte valide solo per questa settimana. Scegli la coerenza please.
  5. Fai una selezione
    Trovo molto efficace selezionare una parte dello shop e creare una promo dedicata a questa sezione. ƈ un modo per spingere le vendite di qualche articolo che viene visto raramente oppure che viene considerato troppo costoso e vedere come si muovono le vendite.

E se vendi servizi?

Partecipare al Black Friday ĆØ utile anche per chi vende uno o più servizi perchĆ© può essere una buona occasione per farsi conoscere prima di una consulenza, ad esempio. Le vendite da Black Friday rappresentano un’occasione ghiotta per raccogliere ordini e ottenere un po’ di visibilitĆ . Online non c’ĆØ distinzione tra la vendita di un prodotto e la vendita di un servizio, le azioni che l’utente compie sono le medesime: click – mi interessa/non mi interessa – guardo il prezzo – acquisto/non acquisto
Ovviamente bisogna essere strutturati per vendere e bisogna avere uno shop online, ne ho parlato anche in questo articolo che ti invito a leggere.

Tempo giĆ  scaduto?

Se non hai ancora pensato a come sfruttare il Black Friday, sappi che non ĆØ tutto perduto, abbiamo ancora un po’ di tempo per strutturare qualcosa di strategico ed efficace! Se hai bisogno di me mi trovi qui paola@paolatoini.it
Fammi sapere se questo articolo ti ĆØ stato utile.
Trovi alcuni contenuti interessanti sulla vendita anche sul mio canale Instagram, eccolo.